N°163 Dicembre

CONSORZI

Il Chianti Classico 2000 ha ridisegnato un vino

Barbara Amati

C hianti Classico 2000 Venticinque, un titolo che potrebbe essere criptico, ma non lo è per coloro che in questi ultimi anni hanno segui to l’evoluzione del Chianti Classico, una Docg che ha saputo crescere, trasformar

A 25 anni dalla conclusione del

che si doveva partire dal vigneto per poter competere con i grandi vini del mondo -ha spiegato il presidente Manet ti- Dovevamo migliorare il sangiovese, la nostra uva identitaria. Così, nel 1987, nacque Chianti Classico 2000, un lungo studio di approfondimento del territorio e dei suoi vitigni, in collaborazione con le Università di Firenze e di Pisa durato 16 anni, con test e analisi dei dati: è il più grande progetto di ricerca e spe rimentazione viticola fatto in Italia”. “A quei tempi non c’erano agronomi nelle aziende vitivinicole, era il contadino, il produttore, che conosceva terreni e vitigni, ma puntava su cloni da selezioni massali che miravano alla quantità, e spesso utilizzava anche cloni di sangiovese che venivano da fuori regione -ha ricordato l’enologo Ferrini che ha battuto a tappeto tutte le vigne delle aziende che avevano aderito al progetto per selezionare le viti- Abbiamo individuato 239 piante e le abbiamo sottoposte a indagine: servono 10-15 anni per valutare i cloni dal punto di vista qualitativo e sanitario e volevamo cloni esenti da malattie e virosi e resistenti a oidio, peronospera e botrite che dessero, al contempo, sangiovese di carattere, eleganti, fini ed equilibrati, con tannini più delicati e identitari del territorio. Con delle viti che hanno una maggior resistenza alle malattie si gestisce meglio la difesa e si fan no meno trattamenti e nell’ ’87 di sostenibilità e resistenza alle malattie ancora non si parlava -ha ribadito Ferrini- Fu un passo avanti notevolissimo”. Come dovevano essere le uve del futuro? “Diver se dal passato, con un grappolo più piccolo e spargolo, dalla buccia più spessa e ricca di colo re e di polifenoli, con alte acidità e con caratteri identitari dei sangiovese chiantigiani -ha chiarito il presidente Manetti- Dopo anni di lavoro abbiamo selezionato 34 cloni resistenti alle malattie: 24 di sangiovese (per il Chianti Classico si sta andando verso l’utilizzo delle sole uve sangiovese), 8 di canaiolo e 2 di colorino -cloni registrati e auto rizzati alla produzione e alla vendita- ma solo 7 cloni di sangiovese e 1 di colorino portano la sigla

progetto lungimirante e innovativo avviato dal Consorzio Vino Chianti Classico nel 1987, un evento a Milano ne ha ripercorso le tappe e gli obiettivi. E il risultato oggi è nel bicchiere

si e cambiare senza perdere l’identità del suo territorio d’elezione, anzi, ponendo l’accento sulle sue peculiarità, migliorandole. È questo il percorso avviato dal Consorzio Vino Chianti Classico nel 1987, mettendo in piedi un progetto impegnativo e lungimirante che ha dato i suoi risultati nel tem po. Un progetto chiamato, per l’appunto, Chianti Classico 2000, che è andato, nel vero senso della parola, alla radice del problema partendo dalla ricerca scientifica e da selezioni clonali che hanno ridisegnato la qualità del Chianti Classico, nulla togliendo alla sua identità. L’hanno ben spiegato all’evento milanese, al Westin Palace, Giovanni Manetti, dal 2018 carismatico presidente del Consorzio più antico d’Italia, fon dato nel 1924, e Carlo Ferrini, l’enologo che, per scelta del Consorzio e dell’allora presidente Lapo Mazzei, fu il coordinatore del progetto e portò avanti uno studio approfondito del territorio e di selezione clonale. Protagonista era il sangiovese, vitigno principe del Chianti Classico non più ade guato al cambiamento dei tempi, dei consumi, alla sensibilità dei fruitori del nuovo millennio che si avvicinava. Ridisegnare il Chianti Classico, era questo l’obiettivo del Consorzio, attraverso il rinnovamento della viticoltura chiantigiana, grazie allo studio delle tecniche agronomiche e del materiale vegetale per giungere al miglioramento qualitativo delle pro duzioni: il lavoro si indirizzava sulla ricerca di cloni capaci di adattarsi al nuovo clima e di contenere la produzione arrivando a vini di maggior qualità. Come spiegò Lapo Mazzei, presidente illuminato, “dalla tradizione bisogna ora passare, attraverso le più moderne tecnologie, al razionale aiuto della scienza. All’esperienza bisogna adesso fornire il supporto della ricerca e della sperimentazione”. “C’era, in anticipo sui tempi, la consapevolezza

Il progetto Chianti Classico 2000 è partito dalla ricerca scientifica e da selezioni clonali che hanno ridisegnato la qualità del Chianti Classico, nulla togliendo alla sua identità. L’obiettivo era l’ottenimento di cloni selezionati che dessero Sangiovesi di carattere, fini, eleganti e con tannini più delicati

46 Food&Beverage |dicembre 2025

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